La sicurezza sui circuiti, visioni contrastanti a confronto

di Alba D'Alberto Commenta

Dopo l’incidente di Bianchi si cerca di capire se c’erano i margini per evitare questo drammatico schianto che avrà sicuramente ripercussioni sulla vita professionale e privata del giovane pilota francese della Marussia.

Chi corre ha certamente consapevolezza dei rischi legati al suo mestiere di pilota, ma in alcuni casi degli errori di valutazione in merito alla pista o alla presenza di ostacoli sul circuito, possono generare mostri. Rispetto all’incidente di Jules Bianchi per cui si è mobilitata la rete, di cui hanno già parlato i piloti e di cui adesso è disponibile anche un video amatoriale, è molto interessante l’opinione che hanno espresso Niki Lauda e Jacques Villeneuve che di tutto possono essere accusati, tranne che di essere degli ipocriti.

Secondo Lauda l’automobilismo è pericoloso e se non succede niente in pista tutti assorbono il concetto ma poi nella pratica lo dimenticano, se invece c’è un evento drammatico, allora si parla di pericolosità, ma non era un concetto già assodato?

Lauda parla con ragione della pericolosità dei circuiti perché è sopravvissuto ad un brutto incidente nel 1976 e non ha voluto competere a Fuji nello stesso anno perché le condizioni climatiche avverse gli impedivano la visibilità adeguata. In quell’occasione rinunciò al titolo iridato. Nel caso di Bianchi c’è anche molta sfortuna.

Villeneuve si concentra sulla safatey car spiegando che le regole per mandarla in pista devono essere cambiate e ogni volta che c’è un incidente bisogna farla entrare. In questo modo, se la SC fosse entrata anche dopo l’incidente di Sutil, forse, l’impatto di Bianchi non sarebbe stato così rovinoso. Villeneuve, in questa proposta trova l’opposizione di quanti ritengono che l’ingresso della SC più volte nella corsa finisca per renderla noiosa e scontata. In realtà è tutta questione di sicurezza.

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